Sono troppo fuori luogo per vivere e troppo raro per morire
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Conto quanto Kunta Kinte in quanto Kunta Kinte canto
Di fronte a me, c'era questo tipo che fissava una fontanella, una di quelle che fanno sgorgare acqua fresca in quantità industriale, che ti viene voglia di bere anche se non hai sete, la fissava in modo strano, sembrava odiarla, i suoi occhi trattenevano a stento le lacrime, le sue mani erano chiuse in un pugno, quasi tremavano dalla rabbia, non avevo mai visto una cosa del genere, un uomo che odiava una semplice fontanella e la odiava come se quella fosse la causa di tutti i suoi mali. L'uomo era vestito bene, un vestito grigio, scarpe lucide e nere, sulla cinquantina, era di colore, forse africano, se ne stava dritto in piedi davanti all'acqua che sgorgava più fresca che mai e piangeva, piangeva come un bambino, erano circa cinque minuti che lo fissavo, mi sentivo quasi a disagio nel farlo, ma non potevo farne a meno, non riuscivo a capire tutto quel dolore, poi d'improvviso, l'uomo si voltò verso di me, i suoi occhi incrociarono i miei, in un istante mi ritrovai in Uganda, di fianco allo stesso uomo che avrà avuto neanche vent'anni, imbracciava un macete, con lui c'erano altre persone, tutte giovanissime, dai tredici ai venticinque anni al massimo, capii che si stavano preparando per una battaglia, il loro paese era un qualcosa di indescrivibile, l'odore era isopportabile, i bambini tenuti in braccio dalle loro madri erano un pasto perfetto per mosche ed isetti, le donne non avevano più neanche la forza di scacciarle via. L'uomo si stava preparando a combattere ed uccidere altre persone per un pozzo d'acqua sporca situato al confine con un altro paese nelle stesse identiche loro condizioni, quel pozzo significava la sopravvivenza di un popolo e la distruzione di un altro, non bastava a dissetare entrambi i contendenti ed era un bene troppo prezioso per essere diviso. Non so come andò a finire quella storia, l'uomo lasciò improvvisamente la presa dei miei occhi, forse per pena o forse per pudore, si voltò e se ne andò, io rimasi a fissare quella fontanella e la odiai profondamente, la pregai di fermarsi, ogni goccia d'acqua dispersa inutilmente avrebbe potuto salvare la vita di un bambino, ma lei non si fermò, continuò a scorrere senza sosta, pulita, fresca, dissetante, insanguinata, orribilmente creata per pochi eletti.
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F.P. : Buongiorno sig. Blanco, è un grande onore per me avere la possibilità di intervistarla
V.B. : Grazie Fernanda, puoi darmi tranquillamente del tu visto che potresti essere mia nonna
F.P. : Ti ringrazio Vincenzo, tu si che sai come mettere una donna a proprio agio e farla sentire importante.
Ma iniziamo con le domande, come mai hai intitolato il tuo primo libro "L'ultima volta che ho fatto l'amore ho pagato in lire"? Lo sai che a causa di questo titolo non lo comprerà nessuno?
V.B. : Mhà.. Vedi Fernanda, io scrivo quasi esclusivamente per me stesso, poi se quello che scrivo piace o non piace alle persone
è questione secondaria, la cosa importante è liberarmi.
F.P. : Da cosa?
V.B. : Da tutto quello che cerca di uccidermi, io lo sputo su un foglio e me ne libero.
F.P. : Interessante, quindi per te la scrittura è una sorta di battaglia personale?
V.B. : Direi di si, insorgo contro me stesso, ogni volta che scrivo una poesia, è come se facessi un colpo di stato capisci?
C'è chi si mette due dita in gola, chi si tiene tutto dentro, chi urla, chi impazzisce, io scrivo.
F:P. : Tu hai detto che per scrivere una poesia non occorrono più di dieci minuti altrimenti si rischia di pianificare troppo il proprio pensiero, perchè?
V.B. : Fondamentalmente perchè la poesia è un segreto che può essere esposto al mondo per non più di dieci minuti, se superi quella soglia rischi di modificare ciò che realmente volevi dire.
F.P. : Hai scorreggiato?
V.B. : Credevo passasse inosservata, pardon..
F.P. : Ecco questo era uno di quei segreti che potevi tenere nascosto
V.B. : Effettivamente non credevo potesse puzzare tanto
F.P. : Ok, andiamo avanti, non scrivi poesie da molto vero?
V.B. : Neanche due anni
F.P. : A chi hai dedicato la tua prima poesia?
V.B. : A Manuela, si intitola -121 tigri- è stata lei a creare il mostro, aveva gli occhi più verdi che io abbia mai visto
F.P. : Sei molto attratto dagli occhi delle donne, come mai?
V.B. : Sono l'espressione massima dell'arte, racchiudono tutto quello che una mente può intrappolare, sono l'essenza della vita
F.P. : Si, concordo, dimmi un po', hai avuto molte donne che ti hanno ispirato?
V.B. : Assolutamente no, non sono un latin lover, anzi la maggior parte delle volte finisco culo all'aria, però la sofferenza è fondamentale per la poesia.
F.P. : In che senso? Non riesco a capire...
V.B. : Vedi Fernanda, è molto semplice, tutte le grandi opere sono state dettate dal dolore, le farfalle ed i fiori non entreranno mai nella storia della poesia.
F.P. : Ma tu hai scritto -ti amo- e non mi sei sembrato dispiaciuto quando l'hai fatto?
V.B. : No, infatti quella è una lettera.
F.P. : Sembra che nelle tue storie, sei sempre tu quello che ci rimette, come mai? Non sarà mica vittimismo il tuo?
V.B. : Non credo sia vittimismo, è il destino che miete inesorabile le sue vittime, per ora è andata sempre così, bisogna saper perdere per godersi poi l'eventuale prossima vittoria
F.P. : Quindi tu pensi che si stia avvicinando per te il momento della vittoria?
V.B. : No, preferirei partire da un pareggio, meglio non abusare della fortuna
F.P. : Qual'è il tuo ideale di donna?
V.B. : Non ho un ideale di donna prestabilito, mi bastano due polmoni che respirano, anche a fatica
F.P. : Sei un vero buongustaio, scherzi a parte, toglimi una curiosità, tu non sei istruito, ti sei diplomato con un trentasei che la dice lunga sulla tua istruzione e poi diciamoci la verità, non sei neanche Brad Pitt, però hai un discreto successo con le donne, come è possibile una cosa del genere?
V.B. : Non lo so, comunque neanche George Clooney è Brad Pitt
F.P. : Mortacci tua.. Mi hai fregato
V.B. : Credo che un fattore importante sia la risata Fernanda
F.P. : Già. ridere una cosa bellissima vero?
V.B. Esatto, e quando ride una donna, diventa una sorta di miracolo, il sorriso di una donna innamorata è tutto quello che ti serve per vivere una vita che valga la pena di essere vissuta.
F.P. : Dio come sei romantico, scorregge a parte intendo
V.B. : Grazie Ferndandona
Fine prima parte
(dietro le quinte)
F.P. : Andiamo a mangiare qualcosa Vincè?
V.B. : Certo Fernà, con molto piacere
F.P. : Poi se vuoi potremmo fare del gran sesso
V.B. : Ok, ci sbronziamo e dopo chi trova culo mena!
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Categorie: poesia, fernanda pivano, il sottoscritto Grazie per i vostri commenti|commenti (9)
Mastica e sputa da una parte il miele
mastica e sputa dall'altra la cera
mastica e sputa prima che venga neve
Avevo circa dieci anni la prima volta che mi sono innamorato, lei si chiamava Vanessa, aveva i capelli lunghissimi e neri, gli occhioni verdi, la carnagione scura, ed il cuore ogni volta che la vedevo mi scoppiava inconsapevolmente, era la prima volta che provavo una sensazione del genere, non riuscivo a controllarmi, ero paralizzato, sembravo un pesce lesso, non le parlavo mai, la evitavo sistematicamente e dire che lei non faceva altro che cercarmi, ma io niente, sarò andato avanti almeno sei mesi in questo modo, fuga repentina da ogni possibilità di contatto, lei arrivava mi guardava fisso negli occhi, sussurrava un "ciao enzo" che non dimenticherò mai, io a quel punto rosso come un pomodoro san marzano, mi dileguavo il più in fretta possibile e poi immancabilmente, mi maledivo.
Ho visto Nina volare tra le corde di un altalena
un giorno la prenderò come fa il vento alla schiena
e se lo sa mio padre dovrò cambiar paese
se lo sa mio padre mi imbarcherò sul mare
Un giorno il desiderio di lei si fece insopportabile, abitavamo vicini, dovevo solo girare l'angolo, circa cinquecento metri ci dividevano, lei stava giocando con una sua amica, io cazzeggiavo con gli amici della via, tutti più grandi di me, dovevo assolutamente parlarle ma non sapevo come presentarmi, ero troppo timido ed imabarzzato, così mi venne il colpo di genio, insultai il più grosso e cattivo di tutti, sapevo che non me l'avrebbe fatta passare liscia e che mi avrebbe rincorso anche cinquecento metri per rompermi vagamente il culo e così fu -testa di cazzo zoppo di merda- esclamai nello stupore generale, poi iniziai a correre più forte che potevo, lui aveva quindici anni ed era molto più veloce di me, quindi dovevo superarmi per riuscire nella mia impresa. Correvo più che potevo, avevo uno strano sorriso terrorizzato in volto, non dal tipo che voleva mischiarmi le ossa, lui neanche lo calcolavo, lui era parte del mio piano, mi terrorizzavano gli occhi di Vanessa, troppo verdi e lucenti per me.
Stanotte è venuta l'ombra, l'ombra che mi fa il verso
le ho mostrato il coltello e la mia maschera di gelso
e se lo sa mio padre mi metterò in cammino
se lo sa mio padre mi imbarcherò lontano
Svoltai l'angolo e la vidi, era stupenda con quei capelli che volavano in aria mentre saltava sulla corda, rallentai, mi fermai, la guardai, feci in tempo solo a sorriderle, poi arrivo il colpo del molosso, andai lungo per terra, colpito alle spalle, poi arrivò un calcio o forse due, non mi andava di difendermi, non era quello che volevo, tutto quello che volevo aveva gli occhi verdi e si stava dirigendo verso di me, il molosso mollò la presa e se ne andò borbottando qualcosa sul fatto che la prossima volta e bla bla bla. Vanessa si chinò sopra di me preoccupata - ti sei fatto male? Quel vigliacco.. Solo perchè è più grande si crede di poter fare quello che vuole- sussurrò. Io non ero mai stato meglio in vita mia -non ti preoccupare Vanè, un giorno sarò più grande e più forte di tutti loro- risposi, le avevo parlato finalmente, senza arrossire, senza pensare, ecco, in quel preciso istante, avevo capito che ero pazzamente innamorato di lei.
Luce luce lontana che si accende e si spegne
quale sarà il cammino che illumina le stelle
Parlammo tantissimo quel pomeriggio, parlò soprattutto lei in realtà, io ascoltavo il suono della sua voce in assoluto silenzio, era come l'avevo sempre immaginata, perfetta. Vanessa era cresciuta senza il padre che se ne era andato quando lei aveva quattro anni e non si era più fatto vedere, non riuscivo a spiegarmi come un uomo avesse potuto abbandonare un essere talmente straordinario, riuscii a dirle soltanto - sarò io tuo padre se vorrai, ne sarei orgoglioso- lei prima mi guardò, poi sbottò in una risata che non dimenticherò mai, io diventai rosso come al solito, avevo provato a fare l'uomo troppo in fretta, lei si avvicinò, mi prese la faccia tra le mani e mi baciò. Quello è stato il giorno più bello della mia vita, un bacio che mi porterò dentro per sempre, il più casto dei baci, il più puro, il più leale. Lei partì due anni dopo per il Canada ed io, a distanza di venti anni, sono ancora qui che sogno di lei e dei suoi capelli al vento mentre saltava sulla corda.
Ho visto Nina volare tra le corde di un altalena
un giorno la prenderò come fa il vento alla schiena
e se lo sa mio padre dovrò cambiar paese
se lo sa mio padre mi imbarcherò sul mare
(-Ho visto Nina volare- F.De Andrè)
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-Di lei che non morirà mai-
Non abbandonare mai il mio corpo
resta con me, finchè ne sarai capace.
Accompagnami nei giorni che verranno
solca fiero il mio sorriso,
addolcisci le mie paure
illumina il mio sguardo che sfiderà
la luce nelle donne che saprò ancora amare.
Non lasciarmi mai dolore,
perchè non voglio perdere
l'ulitma traccia che sopravvive in me
di lei che è stata il mio sogno più reale,
di lei che mi muore ogni giorno
tra le braccia, tra le mani, nella mente.
Perchè se il suo ricordo svanirà del tutto
allora avrò perso la speranza
di aver conosciuto l'amore vero.
Aggrappati alla mia anima quindi,
seguimi silenzioso in questo viaggio
e donami un po' della sua voce
quando il mio cuore stanco
cercherà nel mare i suoi occhi azzurri.
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Categorie: poesia, amore, di lei Grazie per i vostri commenti|commenti (11)
-La croce a me dovuta-
Prerfesco impazzire
che piangere una seconda volta,
evito di calpestare i fiori,
gioco a bocce con i miei occhi,
mi nutro di carta straccia
inchiostrata da un alcolizzato,
amo una donna come il mio primo giorno di vita,
sono un perfetto gentlaman
sono un perfetto idiota,
faccio sempre tardi a lavoro
sarò un barbone coi fiocchi,
non ho mai salvato una vita
neanche la mia,
ho lo sguardo rivolto verso il vuoto
davanti ad uno specchio,
un giorno sarò pelle ed ossa
attaccati con lo scotch
intanto accumulo grassi
in attesa che il peggio si presenti
mentre l'esercito del nulla
ha guadagnato altri
quattro metri
io
stacco un pezzo di cielo azzurro
e lo mando affanculo
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