mercoledì, 28 maggio 2008 ore 00:30
Le grida dal garage si facevano sempre più eccitate, -uccidi quel figlio di puttana, oppure il prossimo sarai tu!- Victor se ne stava solo al buio, credo sia arrivato il momento di tirare le somme --pensò- tutta la mia vita si riduce ad un semplice istante, quello appena passato, quello che sto vivendo e quello che arriverà. Gli anni, i mesi, i giorni, le ore, sono tutte cazzate, in realtà non sono mai esistito, non esisto ora e non esisterò domani, tutta la mia vita si riduce ad un semplice, miserabile attimo. Il vero dramma poi non risiede nella morte, la vera tragedia è la nascita, se io non fossi mai nato, non avrei mai sofferto in questa maniera, l’amore è il vero incubo, l’amore avvelena la vita, l’ipotesi di una qualsivoglia felicità è l’inganno primordiale con cui ci hanno offuscato il pensiero, è la vincita impossibile da riscuotere, la felicità è il carcere che ci hanno costruito intorno.
L’essere umano è il cancro della terra, il virus, l’epidemia incontrollata, l’essere umano dovrebbe trovare il vaccino contro se stesso, l’unica cura possibile per l’essere umano è il suicidio, la sua totale estinzione. E Dio poi? Cosa dire di Dio? Dio non esiste, perché se fosse esistito, non avrebbe permesso all’essere umano di comportarsi in questa maniera, Dio dovrebbe essere la speranza, ma quale speranza? –Pensò Victor- la speranza è l’ennesima infame trappola, la speranza è lo scempio della ragione, è l’inizio del declino di ogni pensiero. L’unica mia via di fuga è la morte, la mia salvezza risiede nella mia stessa fine, spero solo che sia più rapida possibile.
Poi la porta di Victor si spalancò, era arrivato il suo turno, aprirono la sua gabbia e lo portarono in garage, quel giorno, le scommesse toccarono cifre mai raggiunte.
La mattina seguente, il corpo di Victor fu abbandonato in un fossato, credevano fosse morto ed invece il suo cuore aveva continuato a battere nonostante le terribili ferite riportate durante il combattimento. Gli occhi neri di Roberta lo scovarono come se tutto fosse già stato scritto, impossibile che il suo sguardo andasse proprio a cozzare con il corpo insanguinato di Victor eppure lo notò, Roberta accostò la sua macchina e si precipitò verso Victor, lo accarezzò nonostante fosse completamente ricoperto di sangue, si tolse il giacchetto, lo avvolse e lo portò in una clinica.
Dopo sei ore di operazione Victor fu dichiarato fuori pericolo di morte.
Dopo tre settimane Victor fu adottato da Roberta.
Victor era un Beagle, nato in cattività per essere usato da cavia per esperimenti scientifici, poi però diventò troppo debole per gli esperimenti e quindi fu venduto ad una organizzazione che si occupava di combattimenti clandestini tra cani, ovviamente non serviva per combattere ma per far abituare gli altri cani ad uccidere.
Victor era sopravvissuto a tutto questo, ed ora, la sua coda, aveva ricominciato miracolosamente a scodinzolare e solo grazie a Roberta.
Victor la guardò, poi pensò che la speranza aveva gli occhi più neri di qualsiasi notte.
venerdì, 23 maggio 2008 ore 09:26
Di getto, mi butto, rapido come un rutto,
scaltro come bukowski in panino al prosciutto,
distrutto ma non del tutto da questo mondo mentecatto,
frutto dello scempio di un paese costipato,
figlio di un passato che di lutto si è vestito,
erede di un percorso ormai dimenticato.
stipato in una stadio, ammassato in un concetto trapassato,
un paese senza specchi, un paese governato da vecchi privi di occhi,
il paese dei balocchi, un paese di fiacchi
con cento sceicchi e 58 milioni di sciocchi.
Un paese corrotto, che mi reputa orrendo, che immondo mi vuole dare lo sfratto.
ma io non mollo la presa, io non m’inchino all’offesa
di chi coi suoi intrallazzi mi nega il diritto di fare la spesa
di avere una sposa di comprare una casa
di crescere un figlio senza dover trovare ogni volta una scusa.
per questo io mi batto, sono l’ultimo samurai ma ancora più coatto.
agisco nel silenzio dell’anfratto in cui mi sbatto
più lurido di un ratto, furioso come un matto.
lo affronto, lo sfondo, io che del tempo mi circondo,
sono invincibile solo perché ho toccato il fondo
inafferrabile perché ristagno nell’abisso più profondo
e furibondo affondo la punta della stilo con cui mi fiondo
nel loro ventre di chiacchiere scorreggiate da un culo tremebondo.
mi chiamo vincenzo blanco e faccio veramente schifo
mi chiamo vincenzo blanco e sono un uomo schivo
mi chiamo vincenzo blanco e resto vivo finché scrivo
ma di questo mondo giuro che da oggi non sarò più schiavo.
sono italiano e non potrò mai rinunciare al mio paese,
sono italiano figlio di Sordi, Togliatti e di Pavese,
sono italiano e nel mio sangue scorre il genio di tenco
ma non farò schizzare il mio cervello sul pavimento
perché se in questo momento noi cedessimo le armi
perché se in questo momento noi restassimo inermi
di fronte al mare di vermi chiamato governo
che stringe patti di sangue con chi ha creato l’inferno
di cassonetti bruciati d’estate e d’inverno
allora si che davvero saremmo il fiume di coglioni
indicato dal nostro premier cavalier berlusconi
che vuole renderci tutti figli del grande fratello
bulimici del nulla ed anoressici di cervello.
mi chiamo vincenzo blanco e faccio veramente schifo
mi chiamo vincenzo blanco e sono un uomo schivo
mi chiamo vincenzo blanco e resto vivo finché scrivo
ma di questo mondo giuro che da oggi non sarò più schiavo.
martedì, 20 maggio 2008 ore 23:18
ho questo incessante desiderio di vittoria.
non definitiva, non fondamentale ma precaria.
una vittoria su tutti i fronti mi farebbe sentire stupido.
simile a tutti gli altri vincitori
trionfatore tra un mondo di trionfatori.
di solito baso me stesso sulle sconfitte.
di solito parto dalla sconfitta
per arrivare ad un qualcosa che mi rappresenti.
la maggior parte delle volte devo ammettere
che non riesco mai a schiodarmi dalla sconfitta,
ma questo non mi abbatte
meglio uno sgrullone di pioggia improvviso
che un sole accecante.
sono una valigetta con dentro non si sa cosa.
un punto interrogativo. un incognita vagante.
una scorreggia che non sai mai
quanto potrà puzzare.
non mi spingo mai più in la di un mio pensiero.
vorrei gesticolare mentre parlo ma non ci riesco
il massimo che riesco a fare
è mettermi le mani in tasca durante un discorso.
riesco ad essere timido pigro ed esuberante
allo stesso momento.
ma come cazzo faccio?
sono il perdente per eccellenza.
sono l’ultimo ad arrendersi.
sono l’ultimo in generale.
ho bisogno di me stesso per sopravvivere
perché sono il gradino in cui inciampo
continuamente, sono la mia sentenza.
sono troppo fuori luogo per vivere
e troppo raro per morire.
(La canzone è un capolavoro che dedico a tutti i veri eroi, a partire da mio fratello)
domenica, 18 maggio 2008 ore 02:31
VB : certe volte ho la sensazione di aver vissuto al massimo 5 minuti al giorno
GC : e da dove nasce questa tua sensazione?
VB : non lo so, è una sensazione, le sensazioni non nascono, si presentano dal nulla
GC : troppo semplice e sbrigativa come risposta, ci deve essere una sorgente, una fonte, uno stato d’animo, un presupposto alla sensazione, altrimenti è un semplice pensiero non una sensazione, un pensiero arriva e vola via, una sensazione ti si appiccica addosso, ti fa vibrare, ti scuote, ti fa riflettere, ti fa pensare
VB : scusa barbetta, il tuo discorso non fa quasi una piega, però se la sensazione ti porta a riflettere e a pensare allora fondamentalmente si può ricondurre al pensiero che come dici tu, arriva e vola via
GC : quindi secondo te un pensiero ed una sensazione sono la stessa identica cosa?
VB : no, non credo, però…
GC : ah… ecco…
VB : si ma tu chi sei? da dove sbuchi? perché ti sei intromesso nel mio discorso?
GC : no veramente io stavo passeggiando tranquillo per i fatti miei e tu mi hai attaccato questo pippone infinito sulla sensazione e bla bla bla…
VB : passeggiavi tranquillo? ma questa fino a prova contraria è casa mia barbetta… violazione di domicilio, ti potrei far sbattere al fresco se solo volessi.
GC : casa tua? Ma se stai in affitto!
VB : si scherza scherza…
GC : e già…
VB : ti piace avere sempre l’ultima parola è?
GC : e si…
VB : ah.. vabbè…
GC : e già… si si…
VB : sei tosto è? Non la molli l’ultima parola…
GC : e già già… e si si…
VB : ok, ti saluto, ciao
GC : ciao
VB : ciao
GC : ciao
VB : ciao
GC : ciao
VB : ciao ciao
GC : ciao ciao ciao
VB : va bene, hai vinto tu, l’ultima parola è tua…
GC : oh… grazie tante cocchetto bello, lo hai capito che sono invincibile quando si tratta di ultima parola…
VB : si, ho capito, hai vinto tu
GC : grazie mille
VB : hai vinto, anche meritatamente direi… puoi andare ora
GC : si ma se tu continui in questo modo non sarà mai mia l’ultima parola, quindi io adesso ti saluto e tu stai zitto…
VB : ok perfetto
GC : sei furbo è? Devi stare zittoooooooooo!
VB : ok scusa
GC : zittoooooooooooooooooooo!
VB : si
GC : sei un bell’avversario in fatto di ultima parola, ti avevo sottovalutato
VB : modestamente non me la cavo poi tanto male… mica piscio dal culo come i ragni…
GC : pure io mica mangio la minestra con la forchetta…
VB : io mica vado con i pattini sulla metropolitana…
GC : io mica mi impatacco le camicie prima dei matrimoni…
VB : io si, sempre, sono famoso per questo…
GC : vabbè, devo andare, è tardi, ti saluto, ciao
VB : ciao
GC : ciao
VB : ciao
GC : ciao ciao
VB : Gesù Cristo… non c’è via di uscita, devo arrendermi, sei troppo superiore…
GC : chi ti ha detto il mio nome?
VB : chi? come? dove? quale nome? perché come ti chiami?
GC : Gesù Cristo
VB : ma dai… molto piacere, mi chiamo Vincenzo Blanco
GC : piacere mio Vincenzo…
VB : allora non posso esimermi dal lasciarti l’ultima parola…
GC : bravo, vedo che hai capito…
VB : ci mancherebbe, non sono mica stupido…
GC : però continui a parlare
VB : scusa, non lo faccio più
GC : guarda che ti fulmino…
VB : ok ok… non parlo più, sto proprio zitto…
GC : cavolo, è stata una battaglia durissima… ricapitolando, adesso io ti saluto e tu stai zitto altrimenti ti fulmino capito?
VB : si
GC : ciao
VB : ciao salutami tuo padre…
ZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZ (tipico rumore del fulmine)
lunedì, 12 maggio 2008 ore 02:07
c’era il mare che schiumava rabbia
ed onde bianche.
c’erano le stelle che non riuscivano
a mettere in difficoltà il cielo.
c’erano diego e roberto che fantasticavano
su giugno, su una barca e su un’isola rocciosa.
c’era cesare che se ne stava in disparte
assorbito dal silenzio.
c’ero io che fumavo e fissavo la canna
in attesa di un pesce non avrebbe mai abboccato.
c’era un grosso granchio che sgranocchiava
tranquillo il suo scoglio,
c’erano altri due granchi leggermente più piccoli
che gli si fecero incontro minacciosi.
i due granchi più piccoli iniziarono
a muoversi in maniera orizzontale
sempre più veloce, il grosso se ne stava immobile
in attesa dell’attacco.
- il grosso è charles bukowski – pensai – gli altri due sono
alessandro baricco e federico moccia –
baricco e moccia si scagliarono contro il vecchio hank
che li spazzò via con una facilità disarmante
e continuò tranquillo a sgranocchiarsi il suo scoglio.
io ringraziai dio o chi per lui per l’esito della battaglia
poi roberto schizzò in piedi e si lanciò verso
la canna – ci siamo! ci siamo! - disse -
a metà strada si fermò e disse
- c’avete creduto è? volevo mettervi soltanto
un po’ di pepe al culo -
ringraziai dio o chi per lui per avermi fatto
incontrare i miei amici
i pesci ringraziarono dio o chi per lui
per avergli fatto incontrare noi come pescatori
mentre i mare ringraziò se stesso
ed il granchio le sue maestose chele.